Nel 1992 MTV cominciò a indicare i registi dei videoclip accanto ai crediti dell'artista e del brano. Sembra un dettaglio: è il momento in cui il regista di videomusicali smette di essere un tecnico al servizio della promozione e diventa un autore. In Italia quel riconoscimento è arrivato molto più tardi, e per via istituzionale.
Il 22 gennaio 2020 il Ministero per i beni e le attività culturali ha firmato il decreto che ammette i videoclip ai benefici del tax credit, equiparandoli a film, videoarte e videogiochi. Il provvedimento li definisce opere artistiche universalmente riconosciute, frutto dell'ingegno, con contenuti creativi analoghi a quelli degli altri prodotti già agevolati. Era il risultato di una petizione firmata da musicisti e autori italiani e di una battaglia che FIMI conduceva da anni.
Non è una nota di colore. È l'unico caso, in questa serie, in cui un mestiere della filiera ha ottenuto un riconoscimento fiscale esplicito, e significa che il videoclip, per un'etichetta, non è solo una voce di costo promozionale ma una produzione audiovisiva che può accedere a un credito d'imposta.
Il mestiere, nel frattempo, si è stratificato. Il videomaker può essere un freelance che gira con una troupe minima, oppure una società di produzione con reparti separati: regia, produzione, direzione della fotografia, montaggio, post-produzione. La forbice economica corrispondente è la più ampia di tutta la filiera. Le major arrivano a investire cifre nell'ordine dei centomila euro per i videoclip degli artisti di punta; un freelance italiano lavora nell'ordine delle centinaia di euro; una società di produzione si colloca nell'ordine delle migliaia. Tre mercati diversi che condividono lo stesso nome.
Ed è qui che nasce l'errore più comune. Il budget non determina la qualità del risultato, ma determina il tipo di risultato ottenibile: un video performativo in una sola location, un lyric video, un narrativo con attori e scenografia sono formati diversi, con costi diversi e funzioni diverse. Scegliere il formato prima del budget, o il budget prima di sapere a cosa serve il video, è il modo più rapido per spendere male.
Per un'etichetta indipendente la domanda operativa non è "quanto costa un videoclip", ma "questo video a cosa deve servire". Un contenuto che alimenta il canale social ha requisiti opposti a un video che deve reggere come opera autonoma. E, dato il riconoscimento del 2020, per le produzioni più strutturate vale la pena verificare l'ammissibilità al tax credit prima di considerarlo un costo puro.
Il videoclip è nato per promuovere il disco, e da tempo vive di vita propria. Un'etichetta che lo tratta ancora come materiale accessorio sta sottovalutando l'unico prodotto della propria filiera che lo Stato italiano ha definito opera d'arte.
"Success Through Dedication"
Fonti: Ministero per i beni e le attività culturali — decreto 22 gennaio 2020 sul tax credit videoclip · FIMI · prassi di produzione italiana
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Pubblicato originariamente su LinkedIn il 27/08/2026.
